“Corps-poésie” è la prima mostra personale in Francia di Tomaso Binga (nata nel 1931 a Salerno, vive e lavora a Roma). Figura di spicco della scena artistica italiana dalla fine degli anni Sessanta, la mostra abbraccia diversi decenni e temi - identità e genere, critica sociale, riappropriazione del linguaggio, corpo manifesto - e comprende anche opere inedite.
Tomaso Binga è lo pseudonimo che Bianca Pucciarelli Menna utilizza, con ironia e sguardo al futuro, dal 1971, per sfidare i privilegi del mondo maschile della società in generale e del mondo dell'arte in particolare. La sua pratica comprende collage, assemblaggi, poesia, pittura e performance. Attraverso i suoi scritti, che si muovono elegantemente tra testo e immagine, è una delle figure di riferimento della poesia performativa italiana.
“Corps-poésie”, in dialogo con la natura residenziale dell'architettura del centro d'arte, testimonia l'importanza e la vitalità di una pratica unica nel contesto artistico, sociale e politico di oggi.
PREAMBOLO / STATEMENT
E Bianca divenne Tomaso... Gli anni Settanta sono stati una pietra miliare nella storia dell'arte italiana in termini di coscienza socio-politica e di dissenso, attraverso una serie di iniziative guidate da donne artiste, curatrici e critiche d'arte. Il movimento femminista italiano ha posto l'accento sulla riconsiderazione delle donne come soggetti politici, rivendicando il loro diritto all'autodeterminazione sul proprio corpo, sul lavoro e sulla sessualità. Il 15 giugno 1977, Bianca Pucciarelli Menna e il suo alter ego Tomaso Binga celebrarono un matrimonio fittizio alla galleria Campo D di Roma. Questa celebrazione rappresentò la definitiva metamorfosi di Bianca, donna politicamente impegnata, in Tomaso, artista prima di tutto maschile, e suggellò la relazione di sette anni tra i due. La scelta di Tomaso come nome di battesimo è un omaggio a Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), fondatore del movimento futurista. Bianca/Tomaso era affascinata da questo scrittore e poeta, ma era anche consapevole delle sue contraddizioni, tra cui la tendenza fascista dei futuristi e la loro innegabile misoginia. Quando si è appropriata del nome, ha eliminato la seconda “m” da “Tommaso” per sottolineare l'elemento di mascolinità dominante, destabilizzando così il nucleo sonoro e visivo della parola. Queste manipolazioni ortografiche e semantiche le permettono di stabilire le proprie regole e di enfatizzare la struttura del canale: "Il cognome scelto, ‘Binga’, era una grafia distorta di una pronuncia infantile del suo vero nome, Bianca. Nella sua nuova versione, il nome ha ottenuto una 'g' rigida e vocale al centro, invece della tenera e ovattata 'nc'1
LA FEMME ET LE PAPIER PEINT / IO SONO UNA CARTA
i Am A Piece of wall PaPer
i Am A Piece of pAPer
i Am A Piece of pAPerboArd
A Piece of cArdboArd
A...cArtriDge
And must be...fiiiiiiiired!!
BOOM...!!2
Boom appunto, o forse Binga! Nella poesia “iO sOnO unA cArtA” (Io sono un pezzo di carta comune), Tomaso Binga non si lascia sfuggire nulla. Qui il linguaggio e le installazioni performative rivelano l'emergere di una certa soggettività, l'invenzione del linguaggio, la propria sfida alla società patriarcale dell'Italia degli anni Settanta.
Per l'installazione immersiva Carta da parato, inaugurata il 17 maggio 1976 nella Casa Malangone di Roma, Tomaso Binga ha ricoperto le pareti di questa casa privata con rotoli di carta da parati floreale, su cui ha scritto a mano una scrittura asemantica: “Sto lavorando su parole e frasi, trasformandole in microscritture per arrivare a una de-semantizzazione”. "Vi mando alcune foto di una performance che ho fatto a Roma, ricoprendo le pareti di una casa con la carta da parati, a cui ho aggiunto la mia scrittura”3. Ricoprendo le pareti con le linee libere della scrittura asemantica, Tomaso Binga rivela la presenza invisibile e silenziosa delle donne confinate negli spazi domestici, segnalandone il silenzio imposto e il potenziale creativo.
Due anni dopo, in occasione della mostra collettiva “Metafisica del quotidiano” a Bologna, Tomaso Binga ha riattivato questa installazione, incorporando una performance in cui indossava un abito fatto della stessa carta da parati per leggere la sua poesia iO sOnO unA cArtA.4 Per La Galerie, quest'opera è stata nuovamente aggiornata, per incorporare elementi architettonici dell'ex casa dell'avvocato a Noisy-le-Sec. La carta da parati copre la lunghezza delle pareti, seguendo le porte-finestre ad arco dell'antico salone della villa. Nella stanza, la voce di Tomaso Binga suona costantemente, compresa una recente registrazione della poesia iO sOnO unA cArtA, a cui risponde un gruppo di quattro album collage rivestiti con la stessa carta da parati. Il gruppo di disegni su una delle pareti di questa stessa sala, presentato al pubblico per la prima volta, è appeso in una costellazione. Sono le prime opere che Bianca Pucciarelli Menna ha realizzato mentre lavorava in una scuola elementare negli anni Sessanta, dove i bambini la soprannominarono “Binga Banga”. Fu osservando uno dei bambini che disegnava il simbolo dell'infinito che decise di sperimentare ed evolvere queste forme semplici: tra linee grafiche e colori pieni, questi disegni evocano personaggi della sua immaginazione, liberati da ogni sfondo e contesto, così come il suo approccio alla scrittura è sgravato da ogni peso semantico.
COLLAGES / ASSEMBLAGES
Nella prima metà degli anni Settanta Tomaso Binga sviluppò un corpus di opere che il critico d'arte Italo Mussa (1939-1990) definì “immagini-oggetto”5 , in cui l'artista riciclava imballaggi di polistirolo e li accostava a immagini tratte da giornali e riviste. Tomaso Binga ha incorporato l'imballaggio senza alterarlo, conservando le impronte degli oggetti che conteneva in origine. Il polistirolo espanso è qui considerato per se stesso; non ha alcun significato, nemmeno metaforico. Viene esaminato come un oggetto scultoreo che occupa un volume esatto nello spazio e funge anche da cornice per la creazione di un collage. Come nel primo assemblaggio dell'artista, Tempo perduto, realizzato nel 1971, le rappresentazioni si formano e le storie vengono raccontate attraverso la sovrapposizione di immagini e forme. Riappropriandosi di immagini trovate nei media e nella pubblicità in questa serie di polistiroli, Tomaso Binga adotta una visione alternativa della società dei consumi, degli oggetti domestici e dello spazio domestico.
In un continuo gioco tra immagine e scrittura, i ritratti analogici rivisitano il genere stravolgendo le rappresentazioni tradizionali. Per questi ritratti, Tomaso Binga ha sviluppato una tecnica di collage in cui intreccia immagini di dettagli (gambe, mani, bocche, ecc.) e lettere scritte a pennarello, che rappresentano le iniziali della persona ritratta. Questo simbolo grafico sostituisce le dettagliate rappresentazioni descrittive, eco delle riflessioni dell'artista sul rapporto tra parole e immagini.
La pratica del collage è stata costante nella produzione artistica di Tomaso Binga fin dagli anni Settanta. Nell'agosto 2017 l'artista ha lavorato su fotografie marittime che un'amica le inviava ogni giorno via e-mail. Attraverso la giustapposizione e l'analogia, gli elementi ritagliati e strappati che Tomaso Binga ha incollato su queste immagini evocano le lacrime delle sirene.
IL CORPO MANIFESTO
Tomaso Binga ha iniziato a utilizzare la scrittura asemantica (Scrittura desemantizzata) già nel 1972. L'artista ha definito questa forma di scrittura automatica e illeggibile “subliminale e silenziosa” e “un essere vivente che prolifera come cellule che invadono l'ambiente”. Il processo di scrittura asemantica è diventato uno strumento per liberare l'io dal peso imposto dal significato e dalle regole linguistiche.
Il rigore e l'impegno per l'emancipazione sono evidenti nei lavori performativi che Tomaso Binga ha realizzato nel corso della sua carriera, come Donna in gabbia, una performance del 1974. Donna in gabbia sfida la manipolazione dell'immagine femminile da parte degli artisti maschi nella storia dell'arte moderna e contemporanea e si riappropria ironicamente di alcune iconografie e gesti. Indossando una cuffietta tradizionale, Tomaso Binga mette la testa in una gabbia per uccelli, ricordando il manichino femminile che l'artista André Masson (1896-1987) mise in scena nell'ambito dell'Exposition Internationale du Surréalisme a Parigi nel 1938.
Un'ode alla donna che è e che incarna, A me (To me) fonde scrittura asemantica e performance, facendo del corpo dell'artista un veicolo che è contemporaneamente artistico, sociale e politico. In questo lavoro, il corpo riceve un nuovo tipo di attenzione; viene utilizzato per un complesso scopo semantico che può essere letto in modi diversi. La serie Scrittura arrampicata permette il momento di connessione tra scrittura e corpo: dando l'impressione di sovrapporre linee di scrittura, Tomaso Binga crea composizioni libere in cui l'alfabeto corporeo si intreccia armoniosamente con segmenti di scrittura asemantica.
RITMICO GRAFICO BIOGRAFICO
La serie Scrittura vivente concretizza la sintesi del rapporto del corpo con lo spazio nel lavoro di Tomaso Binga. In essa l'artista forma le lettere dell'alfabeto con il suo corpo nudo. Queste sagome sono apparse per la prima volta nel 1975, quando l'amica fotografa Verita Monselles (1929-2005) l'ha invitata nel suo studio per posare. Il corpo come alfabeto diventa il catalizzatore di diverse opere di Tomaso Binga nella seconda metà degli anni Settanta, come ad esempio Alfabeto murale. Per questo gruppo, l'artista ha letteralmente trasformato il suo corpo in scrittura, in tutte le sue dimensioni fisiche, sociali e politiche, per creare un'alternativa radicale al linguaggio patriarcale.
Sulla scia della scrittura asemantica e nel tentativo di spersonalizzare ulteriormente la scrittura, nel 1978 Tomaso Binga ha iniziato a sviluppare un nuovo corpo di lavoro utilizzando una macchina da scrivere dedicata: i Dattilocodice sono poesie visive, create sovrapponendo le lettere dell'alfabeto. Questa sovrapposizione non produce testi illeggibili o giochi ottici visivi; al contrario, suggerisce una finissima stilizzazione dei simboli, in cui le lettere dell'alfabeto non si assomigliano più: diventando più dense, scomparendo e allungandosi, le lettere creano brusche sequenze di ideogrammi inventati a caso.
Negli anni Ottanta Tomaso Binga ha applicato i suoi esperimenti di scrittura gestuale alla scala e alla consistenza della tela. La serie di dipinti di grande formato che ne deriva presenta sagome colorate di parole e lettere tremolanti che si stagliano sulla tela.
1 Daria Khan, Tomaso Binga: A Silenced Victory (London: Mimosa House, 2019)
2 Extract from, Tomaso Binga, iO sOnO unA cArtA, trad. Jacopo Bengi in Daria Khan, Tomaso Binga: A silenced Victory (London: Mimosa House, 2019)
3 Letter from Tomaso Binga to Rolf Burmeister, director of the Universitat Hamburg library, 4 October 1976
4 Metafisica del quotidiano (Metaphysics of the everyday), Galleria d'Arte Moderna, Bologna, curated by Franco Solmi, 1 June to 31 August 1978
5 In the catalogue for the exhibition “Diagramma 32” in Neaples in 1972