L'immagine scelta da Tomaso Binga per la Ventesima Giornata del Contemporaneo, estrapolata da una sua performance del 1974, costituisce un'icona emblematica del suo percorso artistico e di una riflessione più ampia sul ruolo della donna nella società.
La performance, attraverso l'immagine della gabbia che imprigiona la testa dell'artista, materializza in modo crudo e potente la condizione di subalternità femminile, spesso rappresentata come una prigionia tanto fisica quanto psicologica. L'atto di essere imboccata da mani maschili accentua ulteriormente questa dinamica di dipendenza e controllo, sottolineando le relazioni di potere ineguali che strutturano le relazioni di genere.
La gabbia, oltre ad essere un simbolo di costrizione, diventa anche una metafora della limitazione delle possibilità espressive e intellettuali. Tomaso Binga, attraverso questa performance, interroga criticamente i meccanismi di potere che, mascherandosi da cure e protezioni, in realtà impongono limiti e condizionamenti. In questo senso, il suo lavoro si inserisce a pieno titolo nel dibattito femminista degli anni '70, offrendo un contributo fondamentale alla decostruzione delle rappresentazioni stereotipate della donna e alla rivendicazione di una soggettività autonoma.
L'opera di Tomaso Binga, ancora oggi attualissima, ci invita a riflettere sulle persistenti disuguaglianze di genere e sulla necessità di continuare a lottare per una società più equa e inclusiva.