Dialogo tra studioconcreto e Antonio Della Guardia

Catalogo della mostra personale Index, 2018, studioconcreto, Lecce

Index, sostantivo latino della III declinazione, significa indice, rivelatore, indizio, ma è anche chi rivela, chi indica. La ricerca artistica di Antonio Della Guardia (Salerno, 1990) assume questa funzione, ovvero di indicare, sottolineare, rivelare gli effetti degli agenti esterni che agiscono sul corpo individuale e sociale. In virtù di questo, devia la percezione di alcuni elementi di suo interesse e attiva, attraverso dei minimi spostamenti di senso, nuove possibili prospettive. Con un linguaggio visivo immediato, affronta alcune delle più urgenti e necessarie questioni politiche e sociali del contemporaneo.

Antonio Della Guardia: La volontà di destabilizzazione delle forme percettive ordinarie, attraverso interventi minimi, è una prassi costante del mio lavoro. Un risultato che, compiendosi tramite un lento procedimento di riflessione e a sua volta anche di sottrazione, cerca di mirare al punctum di questioni profonde, legate chiaramente al mio interesse di ricerca. Il principio di tale spostamento o riformulazione dei rapporti, tra il sensibile e il suo significato, si basa su ciò che Jacques Rancière definisce dissenso, attribuito all’atto di creazione. Una dimensione dinamica e diacronica tra immagine e senso, che innerva il suo tessuto sul piano sociale, per arrivare all'emancipazione di una temporalità nuova, all'interno di una temporalità predominante.

studioconcreto: In loco parentis (2017) racchiude in sé l’acutezza di questo tuo approccio. La stampa fotografica ritrae il gesto di un indice alzato che, attraverso il linguaggio extra-verbale del gesto deittico, assume una funzione dichiarativa e designa con evidenza e precisione una verità dimostrata dalla triade ego-hic-nunc (io/qui/ora). È una mano lavoratrice, è una mano operaia, è una mano segnata da un incidente sul lavoro, che sta a indicare con fermezza la sua presenza in un mostrarsi composto grazie al gesto ricostruito da una protesi bianca, realizzata con il supporto di una stampante 3D. In questo caso, la riproduzione artificiale dell’indice non serve a ripristinare le capacità motorie della mano, ma serve piuttosto a riacquisire le proprietà semiotiche e dialogiche insite nel gesto, strettamente connesso alla relazione e all’interazione diretta nella comunicazione tra individui.

L’indice è il dito dell'imperativo che può accompagnare espressioni di ammonimenti, ordini, accuse o rimproveri, porta con sé quel retaggio disciplinare che fa riferimento alle architetture del potere. Il grembiule da lavoro che ci fai intravedere ci rimanda all’immaginario legato alle scuole, alle fabbriche, agli ospedali, alle carceri, a quei centri di controllo da cui Foucault estrae le teorie filosofiche sul biopotere, ovvero sulla vita come oggetto del potere stesso. L’indice infine - nell'iconografia della pittura sacra - segna il legame con la divinità, con le profondità del mistero e della giustizia divina. La mano in questo caso diventa una soglia.

A.D.G: La mano è il terminale sensibile dell'intero apparato sensoriale, dà letteralmente corpo alla nostra sensibilità, rendendola attiva nel mondo. Incorpora l’intenzionalità del pensiero, rendendolo vivo. Essa, in rapporto con la mente, diversifica l’animal laborans uomo che vive in funzione del lavoro, dall’homo faber uomo in quanto artefice. Due categorie che, seppure diverse, portano le mani dell’uomo a operare. Da questo valore quasi epico del fare, la mia visione porta la mano a essere un'entità autonoma. Assumendo una valenza statuaria, in quanto sintesi rappresentativa dell’individuo, del suo fare e del suo essere. Nel mio lavoro i gesti della mano assumono delle coordinate di senso, che si completano sempre mediante l’innesto minimo di un elemento. In In loco parentis, la stampa 3D della falange mancante completa non soltanto un gesto iconografico, ma fa sì che, nella sua interezza, tale posa divenga un atto di riappropriazione di una realtà, che precedentemente era offuscata. Un manifestarsi che, nella sua volontà di prendere parola, si distacca da un conformismo dominante per risignificare i modi di essere e agire. In questo, il lavoro, fa riferimento al film di Elio Petri, La classe operaia va in paradiso del 1971, e in particolar modo all’operaio Lulù, interpretato da Gian Maria Volontè che, alienato dal suo lavoro in fabbrica, prende coscienza di sé solo quando perde il suo indice destro, rimpossessandosi così del suo tempo, dei suoi affetti, della sua vita.

S: È come se in questo lavoro si manifestasse il ritratto iconografico del corpo contemporaneo, una massa deformata dalla società a cui apparteniamo e che ci abitua a vedere in maniera scomposta. Non più un corpo unico, bensì un insieme di protesi in un corpo proteso verso apparecchi tecnologici che generano realtà e forme sociali sempre diverse. L’indice e la parte della mano più usata per interagire con i dispositivi tecnologici mobili - quindi in questo scivolamento dal verticale all’orizzontale è insita la perdita del dibattito pubblico, trasformato in opinionismo diffuso e shit storm. La presenza che da reale diventa virtuale, la digitalizzazione del lavoro, il telelavoro, la sua continua trasformazione e perdita di coordinate.

Se si trasforma il lavoro si trasforma pure il potere.

A.D.G: E se si trasforma il potere, mutano anche le pratiche di sorveglianza. Laddove questa vigilanza diretta viene decentrata - riprendendo ancora Foucault - sapere se si è sorvegliati o meno produce come effetto l’introiezione dell’apparato di controllo. E ci si comporta come se si fosse sempre sotto osservazione. Questo cambiamento introspettivo del lavoratore, che lo porta a una normalizzazione della dominanza, è un filone di analisi che da qualche tempo inizia a emergere nello strutturarsi della mia ricerca. 

S: Untitled (generaI resistance syndrome) nasce nel 2017 a Caracas, Venezuela. In questo lavoro utilizzi la rappresentazione semplificata del diagramma per visualizzare e chiarificare la complessità di ciò che comunemente è definito come “stress”. II termine, tradizionalmente utilizzato nel settore metallurgico per indicare gli effetti che grandi pressioni determinano sui materiati, è stato successivamente adottato da Hans Selye per teorizzare, nel 1936, le reazioni adattive di un organismo sottoposto a pressioni e influenze di fattori esterni. Indici e dati scientifici strutturano graficamente la cosiddetta "sindrome generale di adattamento" in tre differenti fasi, una prima di allarme, la seconda di resistenza e infine, quando l’organismo non può mantenere più a lungo quest’ultimo stato, si verifica l'esaurimento. Ribaltando la curva del grafico nella fase di resistenza, ti appropri del diagramma come dispositivo per dare forma a uno slittamento che dal corpo individuale si trasferisce al corpo sociale in opposizione al sistema politico vigente.

A.D.G: Quando sono arrivato a Caracas, sono riuscito a vedere la città solo attraverso i vari spostamenti compiuti in automobile. Dai vetri coperti con pellicole oscuranti, ho intravisto più di una volta, sia sui muri che sui vari cartelli lasciati in strada dai manifestanti a fine corteo, la parola "resistencia". Confrontandomi (per quanto mi è stato possibile) con alcune persone del posto sul carico di immagini che avevo accumulato, mi è stato chiarito che "resistencia" era la parola più reclamata dai dimostranti, come forma di rivendicazione contro un sistema politico dittatoriale. Partendo da questo clima estremamente apocalittico, ho deciso di concentrarmi sulla sindrome generale di adattamento. La reindirizzazione della curva dal basso verso l'alto incunea un processo di riformulazione del grafico stesso che, da effetto negativo legato al corpo, si tramuta in punto di forza. La sequenzialità delle fasi si destruttura, portando quella centrale a un volere. che si dilata nel tempo. Un tracciato cha diventa forma espressiva di lotta, schierandosi visceralmente dalla parte dei contestatari. 

S: Siamo felici che tu abbia fortemente voluto portare questo lavoro da studioconcreto.

A.D.G: Sono stato stimolato dallo spazio, dal suo movente di nascita e di ricerca. Essendo un’abitazione popolare che anni addietro nasceva come casa operaia, ho sentito un’esigenza quasi empatica di presentare questo lavoro. Un intervento che, oltre a modificare la visione dello spazio, si relaziona alla risolutezza del vivere comune che vige ancora oggi nel quartiere. Plasmandosi in un manifesto identitario del posto.

S: Uno dei tuoi primi lavori, 5 euro (2014), è una stampa su una banconota originale. Minute figure antropomorfe in stato di attesa diventano la rappresentazione di una generazione - quella giovanile - che nella società contemporanea avanzata fatica a emanciparsi dalla sua condizione sociale a causa del prolungamento di questa fase del ciclo di vita (dai 25 anni si è passati in pochissimo tempo ai 35 anni), probabilmente causato da elementi socio-politici ed economici che rallentano l’accesso al mondo del lavoro - e conseguentemente la formazione di nuove famiglie. Si attiva così un processo che tra duce nel tempo gli effetti visibili del fallimento capitalista, il cui sintomo principale è la precarietà, che induce assistenzialismo e che genera dipendenza.

A.D.G: Credo che la condizione esistenziale dello stallo, in un contesto di precarizzazione come quello attuale nelle società avanzate, sia stata una delle tante previsioni avveratesi. Differentemente dall’attesa, un periodo di tempo con un inizio e una fine volto alla realizzazione di un qualcosa conforme alle proprie aspettative, Io stallo è una situazione bloccata, giunta al suo punto morto, come quando nel gioco il re non può muoversi perché altrimenti cadrebbe sotto scacco, e per questo è priva di un esito finale. Questo arresto totale si riferisce non tanto alla mancanza di un impiego, ma a un sistema lavorativo precario che, nella sua odierna espansione, non permette la proiezione di una svolta futura. Le narrazioni di vita a lungo termine svaniscono, per fare posto a una generazione spinta a esistere piuttosto che a vivere. La mancanza di un divenire sempre più regolamentato, sedimentandosi giorno dopo giorno, comporta l’interiorizzazione di questo modello, auspicando in nessun modo un momento illuminante di cambiamento. In linea con tutto ciò, ecco lo stallo, una condizione piatta e normalizzata, senza presupposti, che porta l’individuo a un apatico asservimento, per via della sua costante sopravvivenza giornaliera. Un vincolo a cui attenersi dove risulta difficile evadere. Tale visione dei fatti si rispecchia nell’immobilismo dei giovani inseriti sulla banconota, delle presenze prive di orientamento che, nel loro essere, sono la testimonianza dell'imperante instabilità economica e lavorativa. Quando ho iniziato a pensare a questo lavoro, ho deciso di usare la banconota dal valore più basso, perché denota una delle classi sociali più deboli, da sempre soggette ai traumi del sistema socio-politico. Sicuro di questo punto e con l’intenzione di superare i pronostici di riuscita del tutto fallimentari, attraverso una serie di programmi alternativi che mi hanno permesso di elaborare la banconota aggirando le norme di legge sulla contraffazione di valuta e con l’aiuto di uno scanner obsoleto dei primi anni duemila che mi ha consentito di mantenere i colori della banconota intatti senza annerirla, sono riuscito a raggiungere il risultato che volevo. Una formula di innesco, estrapolata dopo mesi di ricerca e grazie all'aiuto di una serie di collaboratori.

S: Questo lavoro ci ha molto incuriosito per la vicinanza iconografica a un celebre affresco di Raffaello, Scuola di Atene (1509-1511 circa), sito nei Musei Vaticani. L’affresco rappresenta dei celebri filosofi con le sembianze di alcuni personaggi illustri, coevi di Raffaello, intenti a dialogare tra di loro in una cornice architettonica classica e che s’ispira al progetto del Bramante riguardante appunto la riqualifica della basilica paleocristiana di San Pietro. Il tema principale dell’affresco è strutturato sulla volontà perpetuante di rapportare l’anima con il “vero”, con la verità, e di approcciarsi alla scienza e alla filosofia al fine di avere un rapporto equilibrato con il mondo esterno. Al contrario, la scena ritratta su 5 euro - banconota dal taglio più basso, sulla quale compaiono delle architetture classiche e simboliche disegnate da Robert Kalina - ci restituisce un’immagine quasi letterale di un mondo giovanile rassegnato alle insidie e alle ambiguità dei giorni nostri. Le immagini sagomate dei ragazzi non lasciano trapelare nessun connotato fisionomico capace di mettere in luce delle differenze identitarie. Detto questo, dall’associazione tra le due opere, seppur distanti dal punto di vista formale, scaturisce una riflessione che tocca diversi temi: la condizione sociale delle generazioni di fine millennio, la consapevolezza di vivere in un mondo ambiguo, poco trasparente e che ci disorienta, in netto contrasto con l’affresco che al contrario indica i valori del bene, del vero, del bello e celebra la cultura cristiana occidentale come unica erede della classicità. Il bipolarismo dei significati è compiuto: siamo passati da un’immagine rappresentante la cultura classica, metafora del mondo fiorente in relazione con la cristianità, a quella attuale dove invece i valori dell'occidente sono quasi del tutto irriconoscibili. 

A.D.G: È un parallelismo questo che spinge a molti interrogativi; Mark Fisher diceva che nessun oggetto culturale conserva la propria potenza se non ci sono più nuovi sguardi a osservarlo, probabilmente questa ciclica visione inizia a sbiadire, e a essere percepita non è più l'anima di un patrimonio storico culturale, ma il suo scheletro. Sia l’arco che il ponte riportati sulla banconota, da simbologia di trionfo e legame di transito tra passato e futuro, si tramutano in centri di permanenza, atti ad accogliere il presente. Dei rifugi di vita quotidiana, in cui la freccia del tempo si è spezzata e le misure alternative sono diventate delle eventualità impensabili. 

S: Grazie Antonio, questa collaborazione ci ha permesso di pensare e realizzare lndex in uno spazio domestico non convenzionale e di rendere attuali alcuni temi che ruotano attorno alla semantica del lavoro contemporaneo, per portarlo all'interno di un contesto storicamente vicino a questi temi, il quartiere INA-Casa: le case della ricostruzione.

Luca Coclite
Laura Perrone