La tecnica del pensiero

La Galleria Tiziana Di Caro ospita la mostra collettiva intitolata “La tecnica del pensiero”, che inaugura mercoledì 21 giugno 2023 alle 19:00, con opere di Vincenzo Agnetti, Carl Andre, Tomaso Binga, Henri Chopin, Betty Danon, Maria Adele Del Vecchio, Amelia Etlinger, Teresa Gargiulo e Maurizio Nannucci.

La mostra indaga una certa produzione artistica relativa all'utilizzo di supporti meccanici e tecnologici, al fine di rappresentare assunti poetici, con particolare attenzione alla produzione con la macchina da scrivere. Questa idea che fa riferimento al medium, è comunque indissolubilmente legata alla sperimentazione sul linguaggio che è presente in diversi ambiti ancora prima che si teorizzassero le coordinate della “poesia concreta” e della “poesia visiva”. Taluni esperimenti circa il linguaggio erano presenti nell'esperienza Fluxus, ma anche nell'ambito del minimalismo e in generale dell'arte concettuale americana. Per molti artisti la tecnologia ha, come evoca il titolo della mostra, dei risvolti sul tema del pensiero e conseguentemente dell'immagine oltre che su quello del segno; essa può evocare una tensione verso la componente sonora senza mai tralasciare la necessità di una svolta poetica.
Nella sua straordinaria riflessione sui media, Marshall McLuhan ci restituisce un'idea dell'artista particolarmente puntuale rispetto all'utilizzo della tecnologia, che in senso più stretto riguarda proprio il tema di questa mostra.
McLuhan, infatti, individua nell'utilizzo di ogni nuova tecnologia un pericolo, in quanto essa determina, su ogni individuo, un'attrazione: il potere seduttivo della tecnologia porta al “narcisistico torpore”. A salvarsi da questo sistema perverso è l'artista. McLuhan ne sottolinea la consapevolezza del presente e la visione del futuro. In tal senso l'artista può interpretare i possibili cambiamenti che la tecnologia impone, senza farsi abbindolare.
Ed è partendo da questa idea che si è scelto di invitare gli artisti in mostra, ognuno dei quali manifesta una differente specificità nel trattamento del mezzo, nel risultato formale, e nell'attitudine sperimentale.

Henri Chopin si è fatto portatore di una narrazione estrema che è andata oltre la poesia, oltre il suono, oltre qualsiasi espressione tradizionale relativa alle arti visive. Nel manifesto scritto nel 1967 contesta l'onnipotenza della PAROLA; tutto il suo operato è stato indirizzato alla decostruzione del linguaggio, ritenuto un'entità repressiva e dispotica. Nei suoi Dattilopoemi Chopin contesta ogni forma di sistema oppressivo, trasformando la macchina da scrivere in strumento artistico, atto alla diffusione e alla produzione del non senso.

Prima di iniziare a scolpire Carl Andre già scriveva poesie. I suoi dattiloscritti rappresentano una introduzione e un commentario significativo al suo pensiero e alla sua sensibilità. Andre scompone testi per poi riorganizzarli seguendo una personale e puntuale logica che non ha a che fare semplicemente con il senso del testo, bensì con la struttura formale che esso genera. Più che la frase, ad essere al centro dei poemi sono le parole: “Nella mia poesia non cerco di trovare le parole per esprimere quello che voglio dire. Nella mia poesia cerco di trovare modi per esprimere ciò che le parole hanno da dire”.

L'atto politico del parlare e dell'imporsi è ampiamente articolato nei dattilocodici di Tomaso Binga, a cui l'artista inizia a lavorare nella seconda metà degli anni Settanta. Un giorno per puro caso sovrappone due diversi grafemi della macchina da scrivere generando un segno altro. I due grafemi dunque non sono più riconoscibili e assumono un senso nuovo e completamente diverso. Il risultato di tale sovrapposizione seppur non riconoscibile risulta ad ogni modo rivoluzionario, perché rappresenta il recupero – invenzione dell'archetipo linguistico attraverso la tecnologia.

Nella sua opera “How to train my ear” Teresa Gargiulo utilizza alcuni grafemi della macchina da scrivere al fine di indagare quelli che definisce “fonemi sperimentali”. La punteggiatura è usata alla stregua di note musicali, organizzate sul pentagramma al fine di creare dodici diverse composizioni per voce.

Come lei anche Betty Danon utilizza elementi tipografici per disegnare altro rispetto al valore simbolico che ognuno dei grafemi significa. Questa esperienza con la macchina da scrivere rimane legata in particolare al Codice Migratorio. Quando Rolando Mignani vide per la prima volta questi codici le disse: “Come! Tu fai lavori così e non ti accorgi che sono importanti?”. Sono opere di migrazione in cui i segni (le parentesi) perdono il loro significato originario per migrare altrove.

Maurizio Nannucci si allontana fin da subito dalla pratica accademica per dedicarsi a una produzione sperimentale legata alle relazioni tra arte, linguaggio e immagine. Nel suo lavoro la parola tende verso il segno e il significato, configurandosi in una dimensione fisica e nel caso dei lavori al neon anche cromatica.
Realizza i suoi dattilogrammi a partire dal 1964, lavorando con una Olivetti Lettera 22, attuando una indagine che ha come fulcro la parola, in quanto entità geometrica. I suoi sono esempi di poesia concreta in cui i grafemi sono utilizzati come elementi singoli o come parole seguendo un andamento geometrico e al contempo lineare e minimale.

L’opera di Maria Adele Del Vecchio appartiene alla serie delle Malinconie, e ha come soggetto principale il nastro correttore di una macchina da scrivere che un tempo l’artista prese in prestito per realizzare un’opera il cui tema era la lingua e quanto essa possa essere influenzata da chi la adopera. All’atto di estrarre il nastro correttore dalla macchina per metterne uno nuovo, Del Vecchio decise di conservare quel piccolo oggetto ormai “esausto”, in virtù del suo incredibile potenziale: impiegato da più persone quel supporto conteneva in sé gli scarti della lingua, i rifiuti del discorso scritto. In quel ritrovato della tecnica, che agevola la battitura, si celano brandelli di vissuto, irrealizzati, ma ancora attivi e divulgativi, laddove il nastro venga srotolato e letto a ritroso.

È il 1968 quando Vincenzo Agnetti espone per la prima volta la Macchina drogata, una calcolatrice Divisumma 14 Olivetti, a cui l'artista sostituisce i numeri con le lettere, come se le parole potessero risultare da operazioni matematiche.
Qualunque visitatore poteva sperimentare la Macchina drogata ribaltando il proprio ruolo, quindi partecipando, più o meno consapevolmente, ad un'operazione di critica del linguaggio, in cui il codice matematico è sostituito dalle lettere e dalle parole.
Con questa idea Agnetti mette in scena un'azione di “teatro statico” (uno spettacolo senza movimento, senza personaggi e senza testo) che si colloca in una zona complessa poiché in balìa di un'esperienza tecnologica, finalizzata ad una resa artistica, e tesa alla critica del linguaggio.

“Non mi interessa quanto siano belle le poesie. Le parole scritte su una pagina sono prive di significato". Con queste parole Amelia Etlinger introduce la sua poetica. Nella sua produzione infatti la matrice lirica ha una intensità profonda, ma come per la gran parte degli altri artisti anche per lei l'uso della macchina da scrivere ha avuto un valore fortemente sperimentale dove l'utilizzo della parola assume una funzione innanzitutto segnica.

Ognuna delle posizioni appena descritte è caratterizzata da precise esigenze individuali che generano risultati singolari nonostante la coincidenza del mezzo. Si impongono come esperienze sovversive, che si distaccano o si affiancano alla produzione consueta dei singoli artisti. Si insinuano in un contesto, ma dallo stesso se ne allontanano, senza mai smettere di confermare il pensiero diffuso da McLuhan, secondo cui l'artista non si lascia intorpidire dalla tecnologia, piuttosto la domina rendendola magnifico strumento del pensiero.

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