Fin da ragazza, Beki cambia il suo nome in Betty e esplora forme sempre diverse per la sua creatività. Quando ancora viveva a Istanbul, dove era nata nel 1927, studia l’antica arte della miniatura, disegna gioielli e abiti. Dopo il matrimonio con Maurizio Danon e il trasferimento in Italia, affianca al suo nome il cognome del marito, diventando così per tutti Betty Danon.

Le sue prime opere risalgono al 1969 e sono dei collage realizzati per decorare il nuovo studio del marito. Al tempo Betty stava seguendo una terapia junghiana, ed è proprio l’insegnamento di Carl Gustav Jung, insieme all’incontro con la filosofia orientale, che diventano un riferimento molto importante per tutta la sua produzione. Queste visioni vengono formalizzate in arditi giochi di geometrie, col mandala, potente figura archetipica, come figura ricorrente.

Betty Danon elabora vere e proprie rappresentazioni cosmico – simboliche attraverso il collage, ritagliando e sovrapponendo, accostando e intersecando cartoni di diversi colori.

Nella dichiarazione di poetica che scrive nel 1972 si legge che il cerchio è “archetipo magico, eterno perfetto totale assoluto”. Successivamente il cerchio si spezza per diventare “ombra-luce, conscio-inconscio, yin e yang”. Allo scomparire del cerchio subentra il quadrato, quindi il mandala che in sé rappresenta il cosmo attraverso la dialettica degli opposti.

Le opere, esposte nello studio del marito, vengono viste da Gabriele Mandel, che oltre a essere uno storico dell’arte era uno psicologo e condivideva con Danon l’interesse per Jung. Per lui è subito evidente che quei lavori non sono un semplice esercizio di stile, bensì la formalizzazione di una precisa ricerca interiore che confluisce in un progetto artistico. Grazie ai suoi suggerimenti Betty inizia a frequentare le gallerie e a orientarsi nel mondo dell’arte, conoscendo altre artiste della sua generazione che al tempo lavoravano con la pittura, tecnica per lei nuova, ma che la incuriosisce fortemente. E così, in totale coerenza con i lavori realizzati fino a quel momento, l’artista inizia a dedicarsi alla pittura con risultati sorprendenti, continuando quella ricerca sulla spiritualità attraverso la geometria che aveva caratterizzato la prima parte della sua produzione.

Le opere su tela si configurano su diverse tonalità di grigio e una maggiore attenzione nei confronti dello spazio, che si sviluppa attraverso moduli ripetuti ritmicamente.

In alcuni casi sembrano architetture metafisiche, in altri paesaggi rarefatti realizzati con estremo rigore formale, in cui l’elemento emotivo è sottilmente presente, sublimato. Sono le opere che l’artista stessa chiama “pitture atonali”, termine con cui lei faceva riferimento all’aspetto tenue dei colori; il termine “atonale”, di fatto, in pittura non è comune (al contrario, invece, di “tonale”), lo è invece nell’ambito della musica, dove indica la mancanza di tono.

Questo spostamento dalla pittura alla musica è da tenere a mente perché presto il lavoro di Betty Danon sarà fortemente connesso alla sfera del suono. Le pitture atonali sono relative a un momento preciso della vita di Betty Danon, ovvero gli anni dal 1972 al 1973. Si tratta di una produzione limitata di circa 50 opere.

Fin dagli esordi Danon si dedica anche alla produzione poetica, producendo vari libri d’artista e trovando la sua dimensione ottimale proprio nella poesia visiva. A testimonianza della sua attività di scrittura Poesie nel quadrato è decisamente il suo libro più emblematico. Pubblicato in 50 edizioni nel 1973, contiene cinque poesie organizzate graficamente nello spazio, appunto, in un quadrato, in cui l’artista abolisce gli spazi e le interlinee obbligando il lettore a decifrare i singoli versi, e manifestando la chiara intenzione di confondere la scrittura e le immagini, il senso delle parole e l’aspetto delle stesse.

Dopo la breve parentesi pittorica Betty Danon torna al collage, ma il passaggio è precisamente collegato con la produzione precedente, perché per i lavori successivi si serve degli scarti di nastro adesivo macchiati dai residui di acrilico grigio-celeste, che in precedenza erano stati utilizzati per tracciare le linee nei dipinti. Ne risultano opere in cui nell’alternarsi di segmenti paralleli sembrano intravedersi piccole porzioni di cielo: le finestre di cielo sono opere in cui la mimesi tra arte e realtà è generata attraverso un processo di casualità, che ben collima con l’intento dell’artista, il cui lavoro è oramai soggetto a un processo di astrazione che diverrà sempre più estremo.

Le linee e le forme di quella geometria che aveva caratterizzato i primi lavori si riducono all’essenziale: “Col passare del tempo i due simboli, il cerchio e il quadrato, si assottigliano sempre più, finché del cerchio non rimane che il centro e del quadrato soltanto il lato: si riducono a punto e linea, due elementi minimalisti che mi adotteranno. Mi diverto a ridurre tutto a punto e linea. Per esempio modifico un nome proprio fino a ridurlo a “punto e linea”, là dove tutti i nomi si rivelano praticamente uguali, proprio come tutta la materia che li compongono è riconducibile a pochi elementi essenziali”.

La teoria del PUNTO-LINEA converge in un libro d’artista del 1976 in cui Danon raccoglie alcune delle possibili composizioni in cui il punto e la linea si manifestano, partendo da un tautologia presente in una pagina, dove tracciando una linea, l’artista scrive appunto la parola “linea”.

Punto – linea, è considerato il suo libro più importante, perché, seppur in una estrema sintesi grafica, racchiude l’aspetto più determinante della sua poetica.

Nella dichiarazione di poetica del 1975 si legge: “Per esprimermi adopero come elemento base la linea intesa come forza dinamica psichica”. Ed è questa l’intuizione che conduce Betty verso il rigo musicale. Non a caso mentre il rigo musicale viene associato alla linea, la nota è associata al punto. Così nel corso degli anni Settanta la ricerca sul segno e sulla parola continua a generare analogie e lavori sempre più vicini al confine tra l’astrazione e la rarefazione.

Questo è il momento delle partiture asemantiche, opere di grande enfasi lirica in cui già si riconosce il concetto che precede le partiture astratte. Betty Danon racconta che dalle esperienze dei collage e delle pitture geometriche aveva conservato il punto e la linea, in qualità di elementi primari che sintetizzavano tutte le forme e, poeticamente, anche l’universo intero.

Ad un tratto trasforma la linea in rigo musicale e il punto in nota, iniziando a lavorare utilizzando come base il pentagramma. Sovrappone la carta da lucido al foglio pentagrammato, per poi lavorare col pennino e l’inchiostro bianco eseguendo interventi manuali; le sovrapposizioni danno l’impressione della profondità, creando delle ombre che sembrano al contempo echi.

Sono le Partiture Astratte con cui Betty Danon si impone sul panorama internazionale. Opere misteriose in cui l’arte non solo si guarda, ma si ascolta. Le partiture astratte sono la sintesi di una fissità geometrica data dalle linee del pentagramma e la fantasia lirica resa attraverso un’esperienza gestuale fatta di movimenti veloci, ma precisi e al contempo vivaci. “Erano simulacri di scritture tracciate sul pentagramma, che si presentavano con una certa fluidità e apparente coerenza. Le consideravo come una manifestazione di una dinamica interiore, spontanea e assolutamente inimitabile”.

Tra il 1969, anno a cui risalgono i primi lavori e il 1979 sono diverse le partecipazioni di Betty Danon a mostre istituzionali di grande rilevanza, come Magma, Rassegna Internazionale di donne artiste (1977), ideata e realizzata da Romana Loda al Museo Castelvecchio di Verona, la prima rassegna collettiva di carattere nazionale in cui presenta le Partiture Astratte.

Nel 1978 è invitata a partecipare a Materializzazione del Linguaggio ai Magazzini del Sale in seno alla Biennale di Venezia.

La mostra, curata da Mirella Bentivoglio, accoglie la performance Memoria del segno sonoro, in cui seduta a una scrivania l’artista, in un gesto di scrittura automatica, procede sul foglio seguendo il rigo musicale. L’utilizzo dell’inchiostro simpatico genera una scrittura trasparente, quindi non leggibile. Ma in un passaggio successivo Danon stende un’unica pennellata blu sulle sequenze dei pentagrammi. Il gesto è rivelatore perché il colore blu evidenzia il tratto dell’inchiostro “invisibile”. La performance è caratterizzata da un preciso suono, determinato dall’incidenza della scrittura sul foglio musicale, dallo scorrere del pennello rivelatore.

Di Memoria del segno sonoro ci rimane, oltre alla registrazione dell’audio, anche la serie di spartiti contraddistinti dall’inconfondibile tratto blu in cui si vede insinuarsi una leggera scrittura “desemantizzata”. Lo sviluppo di un linguaggio al confine tra il sonoro e il figurativo fa sì che nel 1979 Betty Danon sia l’unica artista italiana inviata alla mostra Sound organizzata al PS1 di New York, ancora ricordata come una delle prime grandi retrospettive dedicate alle relazioni fra le immagini e il suono.

Il 1979 è anche l’anno dell’incontro con Guido Le Noci al quale mostra le sue partiture astratte, che vengono giudicate troppo concettuali e non compatibili con il programma della galleria che al tempo era chiusa “per mancanza di artisti”. Da sempre Betty era in contatto con artisti di tutto il mondo, e ricercava un filo conduttore che li potesse unire in qualche modo. Decide così di realizzare un’opera collettiva spedendo cartoncini sui quali lei stessa aveva disegnato sequenze di pentagrammi.

Gli artisti ricevono questo spartito con l’invito a usarlo per realizzare un lavoro, per poi, volendo, rispedirlo al mittente. Nell’arco di qualche mese Betty raccoglie circa duecento lavori che vanno a costituire una grande opera collettiva intitolata Io & gli altri. È un’esperienza importante, la prima di mail art da lei realizzata.

Guido Le Noci ritiene Io & gli altri un’opera straordinaria e decide di esporla nella sua Galleria Apollinaire. Ma questa esperienza non fu affatto positiva perché molti degli artisti coinvolti la accusarono di aver strumentalizzato questa azione collettiva per mancanza di ispirazione personale. In una lettera l’artista confessa tutta la sua amarezza e conclude dichiarando di voler abbandonare per sempre il “magnifico mondo dell’arte”.

Smette di fare mostre, uscendo di scena, ma continua a lavorare in modo assiduo fino all’ultimo giorno della sua vita. La sua è solo una relativa solitudine, perché continua a mantenere corrispondenza con amici artisti, di diverse parti del mondo e il suo studio diventa un interessante luogo di ritrovo e sperimentazione.

Genera una incredibile produzione di mail art, perché di fatto le corrispondenze con gli artisti includono disegni, collage, poesie e opere di vario genere che vanno a costituire un enorme archivio, oggi custodito al Mart di Rovereto.

Betty Danon si spegne a Milano nel 2002.

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